Tanti anni fa ho lavorato per un anno in un asilo privato per i bambini delle buone famiglie di Ankara. Insegnavo un po’ di inglese ai bimbi di cinque anni, li facevo disegnare. Giocavamo. Mi sono divertito molto e ho imparato da loro come osservare senza interferire… Çiçek era la donna delle pulizie, portava il foulard e i pantaloni larghi a fiori, gli shalvar. Era molto alta con un volto irregolare, espressivo, sempre un po’ triste. Aveva un bambino di cinque anni che di solito teneva con sé in cucina. La signora Nermin, la padrona dell’asilo mi aveva permesso di includerlo nel gruppo.
Quando sono partito Çiçek mi ha fatto due regali, una cravatta e un portachiavi a forma di “spada dell’Islam”.
Ho spesso ripensato a quei regali e al loro valore simbolico. Innanzi tutto due emblemi virili: questa donna ci teneva a dirmi che apprezzava il fatto che mi occupassi di suo figlio, che occuparsi dei bambini non spetta solo alle puericultrici, che l’uomo può fare la propria parte e che questo non lo sminuisce anzi può fare sentire una donna amata. «Dunque insegni ai bimbi in un asilo ma io ti rigalo la virile spada dell'Islam!» Ma anche la cravatta - che in Turchia rappresenta l’adozione dell’habitus occidentale - ed è di nuovo un simbolo maschile. Insomma la sensibilità simbolica e intuitiva del dono era molto fine.
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