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Mi è stato fatto notare che la seguente frase di un mio post (sul mio blog http://quelcherestadelmondo.wordpress.com/) è piuttosto enigmatica “Il tout-monde del migrante come anche il nuovo mondo di ogni generazione è il mondo fatto con tutti i resti, con le tracce di ciò che era mondo quando il mondo era ancora mondo e non lo sapevamo” 


Che vuol dire che il mondo era ancora mondo?  E come facevamo a non saperlo? Da un lato questa idea di un mondo ancora ‘mondo’, ancora pieno, vivo, indiviso, tutto, rimanda alla percezione infantile di una possibile unità tra soggetto a oggetto, legata da un lato alla relativa indifferenziazione della coscienza e dall’altro all’immediatezza simbolica delle immagini del mondo e alla forza viva delle predisposizioni archetipiche. Nell’infanzia il mondo ancora parla all’anima e non alle nostre categorizzazioni. Usciti dall’infanzia il vago ricordo di questo ‘mondo ancora mondo’ non ne compensa la perdita. E tuttavia – come per le ‘tracce’ di Glissant, in questo ricordo si cela buona parte della tensione creativa, poetica e religiosa dell’umanità. Del resto oggi la perdita è ancora più radicale, Ci sono nostre esperienze percettive (della città come della natura) che i nostri figli non conosceranno anche se possono accedere e trasformare le loro. Vi è dunque un duplice scarto: 1.Tra l’esperienza del mondo delle generazioni che precedono e la propria. 2.  Tra la percezione di un proprio ‘principio di individuazione’ e le dimensioni collettive ‘date’ nella contingenza dell’epoca in cui veniamo al mondo. Da questo duplice scarto nasce una tensione che aspira a ricomporre la dicotomia tra ciò che è meramente soggettivo e ciò che intuiamo dell’oggettiva  processualità in fieri del mondo.

Questo bisogno di riunificare soggetto e oggetto è chiarita bene da Raimon Panikkar.

«La nuova innocenza non è il sogno ingenuo di voler recuperare il Paradiso perduto. La nuova innocenza rappresenta la guarigione della ferita provocata dalla separazione dell’epistemologia dall’ontologia. Facendo della conoscenza la caccia all’oggetto da parte di un soggetto che deve soltanto controllare che le sue armi (categorie) siano pulite. (…) Ogni conoscenza riflessiva all’interno di un’epistemologia separata da ogni ontologia non è più innocente, ha ferito l’oggetto. (…) La riflessività innocente è quella che senza danneggiare l’oggetto ritorna al soggetto,. La riflessività innocente  avviluppa in uno stesso atto il conoscente e il conosciuto.»

 A partire da questo nuovo paradigma (che si coniuga bene con «nuda vita» e «tout-monde») si può riaccedere a una percezione condivisa e plurale (e anche poetica) del mondo.

http://quelcherestadelmondo.wordpress.com/

 

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